ORE PLANGAMO DE LU SINIORE

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ORE PLANGAMO DE LU SINIORE

Una Passione aquilana del ’200 dal codice di Celestino V
Dove e quando

giovedì 11 Luglio 2019, 17:30
giovedì 11 Luglio 2019, 21:30
Chiesa San Silvestro


Teatro Stabile d’Abruzzo - Istituto Abruzzese di Storia Musicale

Una Passione aquilana del ’200 dal codice di Celestino V,
ricostruzione musicale e drammaturgica Francesco Zimei
ENSEMBLE MICROLOGUS
scultura scenica: Paolo Iacomino,
costumi Giovanna: Di Matteo,
mise en éspace: Lorenzo d’Amico De Carvalho

in collaborazione con Accademia delle Belle Arti L’Aquila e Centro Sperimentale di Cinematografia

con il contributo di Fondazione Cassa di Risparmio  della Provincia dell’Aquila

 

La decifrazione della melodia apposta sul brano di planctus volgare che chiude la Passione latina di Montecassino ha consentito al musicologo Francesco Zimei di recuperare nella sua pienezza espressiva il dramma sacro da cui deriva, pervenuto integralmente con il titolo di «Lamentatio beate Marie de filio» in un codice dell’ultimo quarto del Duecento appartenuto a Pietro del Morrone e ora all’Archivio Arcidiocesano dell’Aquila. Ne è scaturita una plausibile ricostruizione scenica e sonora del più antico documento di musica e teatro in lingua italiana di cui si abbia conoscenza.

Il testo, un componimento strofico di carattere giullaresco, narra gli episodi che vanno dall’arresto di Gesù alla sua sepoltura ed è ripartito fra alcune voci narranti e la Vergine Maria senza interventi diretti del Protagonista, rappresentato come all’epoca da un crocifisso con le braccia snodabili realizzato per l’occasione dal noto scultore Paolo Iacomino su un originale aquilano del periodo. “Ore plangamo de lu Siniore” è, dunque, anche il primo spettacolo in tempi moderni a recuperare l’uso filologico di un antico simulacro nella sua connessa valenza scenografica.

Analoga coerenza storica è stata applicata ai costumi realizzati da Giovanna Di Matteo, tratti dal ciclo di affreschi dell’Abbazia di Bominaco (vicino all’Aquila), commissionati nel 1262 dall’abate Teodino, uno tra i primi ad aver avuto rapporti con Pietro del Morrone e con la sua congregazione – detta poi dei Celestini –, riconosciuta da papa Urbano IV con il nome di Fratelli dello Spirito Santo e aggregata nel giugno 1264 all’ordine benedettino. 

L’iconografia ha suggerito inoltre posture e gestualità da far assumere ai personaggi in scena nonché l’uso di alcuni strumenti musicali (tuba, ciaramella, flauto e tamburo) del tutto estranei ai Vangeli ma suggestivamente documentati nelle scene della Via Crucis dipinta nella chiesa di Santo Stefano a Castelnuovo, grangia di Bominaco, per la quale l’anonimo artista locale dovette evidentemente ispirarsi a una sacra rappresentazione cui aveva personalmente assistito.

Lo spettacolo, della durata di circa un’ora, ha una geometria di tipo cruciforme: ambientato davanti all’altare centrale avendo come fulcro il Crocifisso e gli altri personaggi disposti ai suoi lati, sempre secondo l’iconografia del periodo, viene concluso da una processione con il feretro del Cristo morto aperta alla partecipazione del pubblico. L’esecuzione è affidata agli eccellenti musicisti-attori dell’Ensemble Micrologus tra i primi complessi al mondo a contribuire alla riscoperta della musica medievale e dello spirito con cui fare questa musica oggi.


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